Home Le sventurate avventure di Marco Brambilla A proposito dei laboratori... La mia verità Una vita da sogno
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giovedì 4 febbraio 2010

Capitolo uno di un racconto giallo suppergiù

"Mi prese per mano, non riuscii a capire se lo fece per fare forza a sé stesso o per fare forza a me. Ci avviamo così soli verso il fiume"


Ecco pubblicato il primo capitolo del nostro terzo racconto.


Un racconto diverso dagli altri che speriamo possiate apprezzare comunque.


Buona lettura

Gli scrittori_improvvisati


Capitolo 1

Il sangue sgorgava da quella sua lurida testa. Io e Davide guardavamo il corpo esanime di Luca steso a terra: l’avevamo ucciso. Eravamo stati noi due, insieme, anche se a spingerlo era stato solo uno eravamo entrambi colpevoli. Ma come si fa ad essere così idioti da scivolare sul ghiaccio e sbattere la testa contro il muro?
Non sapevo che fare, avevo paura. Mi voltai verso Davide, in cerca di un suo sguardo che potesse darmi forza. Era sempre sicuro di sé, protetto dai suoi muscoli e dal timore che incutevano nelle persone. Ma questa volta i suoi occhi brillavano alla luce fioca dell’unico lampione presente in strada.
- Che facciamo? – volevo rompere quel silenzio straziante, non ce la facevo più. Nonostante tutto, però, non sentivo il bisogno di piangere. Luca era uno stronzo e di certo non sarebbe mancato a nessuno. Se l’era cercata la sua morte.
- Andiamo Mary. – mi rispose Davide in un soffio. Aveva la voce rotta: per la prima volta in vita sua aveva paura.
Mi prese per mano, non riuscii a capire se lo fece per fare forza a sé stesso o per fare forza a me. Ci allontanammo quindi dal parco e ci avviamo così, soli verso il fiume.
Davide mi era sempre piaciuto ed io ero sempre piaciuta a lui. Non ce lo eravamo mai detto, ma dentro di noi lo sapevamo. Era tutta colpa di Luca se non c’era mai stato niente fra di noi: con la sua gelosia e le sue protezioni non mi lasciava avvicinare da nessuno finché eravamo insieme, nemmeno dal suo migliore amico Davide. Tutto sommato ero contenta che fosse morto.
Arrivammo ad una panchina e ci sedemmo. Mi accesi una sigaretta e ne offrii una a Davide, anche se sapevo che non fumava.
- Sì, grazie – mi rispose.
Mi spiazzò, capii che nemmeno lui era perfetto: il suo viso d’angelo, il fisico marmoreo e la sua bontà erano impareggiabili. Nemmeno lui era senza difetti. Gli diedi una sigaretta e gliel’accesi consapevole che era colpa mia se non era perfetto.
Fumammo in silenzio, con la nuca spappolata di Luca ben impressa nella mente. Quella nuca che era stata per tanto tempo mia, che avevo coccolato e che avevo amato, nonostante fosse totalmente vuota all’interno. Iniziai a piangere.
Fu un pianto singhiozzante e pieno di paura. Non fu un bel vedere, fu sguaiato e umiliante. Appoggiai il mio viso sulla spalla di Davide e mi abbracciò. Io piansi per un sacco di tempo, avvinghiata a lui. Doveva salvarmi, senza la mia ancora sarei affogata. Prese il mio viso fra le sue mani e mi baciò. Fu un bacio semplice e, seppur privo di passione, pieno di affetto.
- Insieme ce la faremo. – mi disse – Fidati di me.
Mi fidavo di lui più che di chiunque altro. Lo baciai di nuovo, in segno della mia fiducia.
Era notte fonda, non c’era nessuno in giro. In un paesino stupido e pieno di vecchiacci come Meledo all’una non girava nessuno. Odiavo il paese in cui vivevo, non c’era un cane: solo sfigati che pensano ad arare i campi. Gli unici amici che avevo erano Luca e Davide ed ora uno era morto. Rimanemmo abbracciati sulla panchina fino a che non mi calmai e poi andammo a dormire a casa sua. I miei erano ad una qualche cena da amici e sarebbero tornati a casa talmente ubriachi da non rendersi conto se ero presente in casa o no.
Ci stendemmo sul suo letto, con i vestiti ancora addosso: avevamo bisogno l’uno dell’altra dopo la terribile nottata che avevamo passato. Io continuai a piangere sulla sua spalla, in silenzio però, per non svegliare i suoi.
In realtà non sapevo bene perché piangevo, non mi mancava Luca e non mi interessava nulla di lui. Non piangevo nemmeno per il senso di colpa: mi sentivo la coscienza pulita era solo colpa sua se era morto. Piangevo solo per poter rimanere ancora rannicchiata fra le forti braccia di Davide. Nessuno dei due riuscì a dormire.

Intanto, steso sopra una lastra di ghiaccio giaceva Luca: nessuno immaginava che fosse ancora vivo.
Faceva fatica a respirare e aveva la vista totalmente annebbiata, non capiva nulla. Sentiva dentro di sé che non gli restava tanto da offrire a questa vita, che la morte voleva venirlo a prendere al più presto.
- Che figli di puttana. – riusciva solo a pensare – Ma gliela faccio pagare prima di andarmene da questo fottutissimo mondo.
Non aveva idea di che ora fosse, ma era sicuramente rimasto privo di sensi per gran parte della notte. Tentò di voltarsi e vide l’enorme chiazza di sangue che lo circondava. Sarebbe di certo morto: se non di freddo allora per dissanguamento. Nonostante la confusione che regnava nella sua testa, notò un cumulo di neve alla sua destra che ancora non era ghiacciato.
Iniziò a scrivere le iniziali del suo assassino: D.M. Proprio appena aveva finito di scrivere la M ecco che la morte lo venne a prendere. Luca non faceva più parte di questo mondo.
Per sua sfortuna, nei suoi ultimi momenti non aveva pensato che le persone presenti al suo assassino erano due: Maria Dall’Igna e Davide Marin. Due D.M. presenti, ma un solo assassino.


Federica Magnabosco, Matteo Zoppello, Diego Lombarda.

giovedì 28 gennaio 2010

A proposito dei laboratori...




Ecco a voi il nostro secondo racconto intitolato

"A proposito dei laboratori..."

Una storia divertente che speriamo vi faccia sorridere.

Buona lettura!

Gli scrittori_improvvisati


Eccomi seduta sul mio banco di scuola con la testa rannicchiata fra le braccia cercando di combattere il sonno che vuole impadronirsi di me mentre tento di seguire la lezione. Un giorno uguale ad altri mille, ma almeno oggi è sabato e così domani posso riposarmi un po’. Mancano solo due ore alla fine della giornata, perché oggi, dato che l’insegnante di matematica è assente, usciamo un’ora prima del solito. Dopodiché avrò la libertà di godermi il sabato pomeriggio e, addirittura, una domenica intera da mattina a sera.
Cos’ho le prossime due ore? Oh giusto, L.F.C.: Laboratorio Fisica Chimica, una gran bella materia. Se non fosse per le relazioni che dobbiamo scrivere alla fine di ogni esperimento che eseguiamo, cioè una alla settimana in sostanza, sarebbe la mia materia preferita. Non stare con la testa china sul libro, ma poterti muovere per la stanza è una gran bella sensazione dopo una settimana che non fai altro che star coricata, il più comodamente possibile, su una scomoda sedia di legno. Certo, anche durante le ore di L.F.C. appena fai qualcosa che non va (e a volte anche quando non fai proprio nulla di sbagliato) il professore ti sbraita contro, ma questo è un atteggiamento adottato dalla maggior parte degli insegnanti.
Finalmente suona la campanella che segna l’inizio della terza ora ed io e la mia classe ci alziamo dai banchi dell’aula situata nell’angolo più remoto della scuola, l’aula di confine D1D4. Dobbiamo andare più o meno dall’altra parte della scuola, al laboratorio di fisica. Una stanza piena di marchingegni che guardano storto le persone dall’interno delle loro belle teche, non di cristallo ma di vetro.
Considerando il divieto di entrare nei laboratori con gli zaini, li abbandoniamo con i giacconi su uno scaffale poco fuori dal laboratorio. Appena entriamo dotati di quaderno, astuccio e calcolatrice ci dirigiamo verso le postazioni. Non ci sono veri e propri banchi, ma quattro tavoli di forma ottagonale con al centro una specie di torretta ed alcune prese della corrente.
Ogni gruppo ha assegnato il proprio bancone e non può assolutamente e per nessun motivo al mondo cambiare posto. La maggior parte delle volte ci sediamo attorno a questi tavoli solo appena entrati, perché per tutto il resto della lezione rimaniamo in piedi, per motivi di sicurezza dice l’insegnante. Ci sono anche altri due tavoli sui quali si trovano le rotaie che servono per gli esperimenti riguardanti il moto dei corpi.
Subito dopo esserci seduti la familiare voce dell’insegnante di laboratorio ci invita gentilmente ad alzarci e a seguirlo.
- Forsa popolo, oncò ‘ndemo in che l’altro laboratorio, che ne serve i bunsen ( ndr: una specie di fornelletto a gas che usiamo in laboratorio) – ci comunica in stretto dialetto veneto il prof che ama usare questo idioma quando è di buon umore.
A queste parole lancio ingiurie a destra e a manca: ho dimenticato il maledettissimo camice. Per entrare in laboratorio di chimica è obbligatoriamente indispensabile questa veste, molto simile a quella che indossano gli scienziati pazzi! Certo, le prime volte che lo indossi ti fa sentire la persona più qualificata ed intelligente del mondo, ma ci si stanca facilmente.
- Non serve il camice, popolo! – si affretta a precisare, seguito da un sospiro generale della classe.
Lo seguiamo sentendoci parte viva ed integrante della transumanza, la nostra personale migrazione in scala ridotta verso il laboratorio di chimica, distante un paio di metri da dove ci trovavamo prima.
Appena entrati ci sediamo sugli sgabelli e il professore ci chiede le relazioni sull’esperimento della settimana scorsa. Ci chiama alla cattedra uno alla volta in ordine alfabetico, così che nessuno riesca a scamparla. Arriva il mio turno e durante il tragitto verso la cattedra prego tutti gli dei dell’Olimpo, del Paradiso, del Nirvana e anche Xenu con tutta la sua Confederazione Galattica affinché non mi corregga la relazione, perché l’ho fatta proprio male. Intanto mi autoconvinco che non può correggermela:
“Mi ha già dato il voto sulle due precedenti e non può voler vedere anche questa, tanto più che ad alcuni miei compagni non ne ha corretta nemmeno una. No no dai, non me la corregge”.
Prima ancora di aver formulato tutti questi pensieri sono davanti alla cattedra e poso la mia relazione sulla pila, sorridendo al professore nel tentativo di corromperlo.
Dopo essere ritornata al posto sento la voce di una mia compagna:
- Professore io l’ho dimenticata a casa. Ma gliela porto lunedì!
- Pensi tu di fregarmi, ma lo so bene che non l’hai mica fatta la relazione, anche se dici di averla solamente dimenticata. – dice il professore con l’aria di chi la sa lunga, un po’ parlottando tra sé e sé e un po’ rispondendo alla ragazza – Guarda che voglio vederla lunedì nel mio cassetto e se alle otto non c’è, ti caccio un due nel registro! – concluse un po’ alterato con gli occhi fuori dalle orbite
- Va bene professore!
Questa settimana per fortuna non ci sono relazioni corrette da consegnare corrette, perché due settimane prima l’insegnante di fisica aveva spiegato teoria.
Infatti, quando siamo in laboratorio, sono presenti due docenti: il professore di fisica, con il quale facciamo altre ore in classe, e il professore di laboratorio. Ma i laboratori sono terreno di quest’ultimo e quello di fisica deve stare bene attento a non invadere il suo spazio, perciò se ne sta più che altro in silenzio in un angolo. In realtà il professore di fisica è essenziale per noi poveri studentelli: l’insegnante di laboratorio spiega le cose sommariamente, con la speranza che noi riusciamo a capire le cose senza che ci vengano spiegate nei dettagli. Così, puntualmente ad ogni esperimento, appena ci rendiamo conto di non aver capito nulla di quello che ci ha appena spiegato in preparazione all’esperimento, andiamo ad elemosinare spiegazioni dall’insegnante di fisica che ce le fornisce in modo chiaro e conciso.
- Carta e penna! … E zitti! – ci comanda il professore di laboratorio.
Questo è il segnale che attendiamo ogni settimana perché indica l’inizio dell’esperimento: ripete questa formula ogni volta!
Ascoltiamo la spiegazione di quello che dobbiamo fare oggi: la verifica di una qualche legge che non ho ben capito. Mando il mio compagno a prendere l’attrezzatura e intanto inizio a rimuginare su quello che dobbiamo fare. Dopo aver preso tutto il necessario, iniziamo l’esperimento.
Mettiamo un po’ d’acqua distillata in questo becker, un po’ di qualche strano sale blu nell’altro e il gioco è fatto! Ora dobbiamo far bollire l’acqua, come mi comunicano gli appunti che ho preso prima durante la spiegazione, usando il bunsen!
Per accenderlo chiamiamo il nostro amatissimo, egregio, cavalier, assistente, appartenente al personale ATA tecnico di laboratorio: un omaccione alto e robusto con capelli e occhi chiari, l’unico che può permettersi di varcare il territorio dell’insegnante. Viene lì con un accendino e riesce a compiere quegli ardui procedimenti necessari per accendere la fiamma del bunsen. Lo ringraziamo e se ne va ad aiutare un altro gruppo.
Noi intanto aspettiamo che l’acqua bolla parlando e giochicchiando. Per questo veniamo colpiti dagli sguardi trafiggenti del professore di laboratorio che, nel passare, sfiora il becker dove l’acqua sta bollendo mancandolo di un centimetro al massimo, con il rischio di rovesciare tutto a terra.
Finalmente l’acqua bolle e possiamo finire in tempo l’esperimento giusti per la merenda. Esco fuori a prendere un po’ d’aria con la mia compagna che mi parla di qualcosa, ma non la sto ascoltando perché ho un pensiero fisso in mente: ho chiuso il gas del bunsen?
Chiedo alla mia compagna di seguirmi dentro per controllare e trovo che la fiamma sta ancora ardendo. Maledico me stessa e tutti i membri del mio gruppo per essere stati così scemi da averla lasciata accesa: se il professore di laboratorio avesse notato che, non solo avevamo finito si usare il bunsen senza poi spegnerlo, ma eravamo pure usciti a fare merenda, le possibili soluzioni potrebbero essere una bella nota sul registro e probabilmente anche un piacevole due in fisica, giusto per la consegna delle pagelle.
- Okay, ora tu sai come si spegne vero? Da che parte bisogna girare la manopola del gas? – chiedo alla mia compagna.
- Certo che sei proprio ignorante. È ovvio che si gira in questo senso, lo sa chiunque! – mi risponde canzonandomi.
- Bene, fallo tu allora visto che sei così intelligente. – le ordino stizzita.
Così lei gira la manopola tutta d’un colpo, ma dalla parte sbagliata! La fiamma si alza a tal punto che le arriva ai capelli, infiammandoli leggermente. La puzza mi penetra dritta nei polmoni, facendomi tossire. Corro a spegnere il bunsen, girando la manopola nel senso opposto. Lei mi chiede aiuto per spegnere i capelli, ma io non ho idea di che fare perché sono spaventata dal fuoco che mi ha fatto paura fin dalla nascita. Nessuna delle due urla: siamo coscienti che se urlassimo entrerebbero i professori e se vedessero lo stato in cui siamo, rimarremmo segnate a vita.
Intanto una porzione sempre più estesa di capelli si sta incendiando! Le dico di togliersi la felpa e di fare pressione sui capelli per provare a spegnere la fiamma. Mi ascolta e aprendo in un lampo la zip inizia a premersi la felpa sui capelli. Non succede nulla, la situazione non migliora.
Il fuoco mi spaventa: mi fa paura tutto di lui, il suo colore, il suo calore, soprattutto la sua potenza distruttiva e la facilità con cui aggredisce ogni cosa che trova. Ma è colpa mia se ora i suoi capelli sono incendiati, così mando a quel paese tutto e le dico di lasciar fare a me. La mia mente è gonfia dell’obiettivo di spegnere questo dannato fuoco, occupa ogni minimo posto del mio cervello tanto da oscurare la mia paura.
Riesco a smorzare un po’ la vampa, ma un calore atroce mi permette di accorgermi che anche la giacca della mia amica ha preso fuoco. Impaurita, la getto a terra e inizio a pestarla con violenza, spegnendola in un istante. Se solo potessi prendere a calci anche quella testolina vuota della mia compagna per spegnere le fiamme!
Mi volto in cerca di un qualcosa che mi possa aiutare nella mia impresa e vedo i becker contenenti l’acqua dell’esperimento. Ne prendo uno: è ancora un po’ caldo, ma di certo non abbastanza bollente da farle male. Vado verso di lei e penso a cosa c’è dentro: niente alcol, niente di strano, solo acqua distillata e i sali… Mi viene il dubbio che i sali magari potrebbero avere qualche strana reazione col fuoco, anche se in realtà non ne ho la più pallida idea. Per non rischiare, meglio che butti tutto nel lavandino e riempia il contenitore con dell’acqua acqua di rubinetto.
Ma quei maledetti granelli non vogliono decidersi a staccarsi dal fondo. Intanto lei cerca di spegnere il fuoco con la sua felpa. Ormai la mia compagna ha la testa in fiamme da un minuto, se non mi do una mossa quella ci rimette le cervella e rimango in carcere a vita per omicidio. Finalmente vengono via quasi tutti i granelli dal fondo del becker in modo che riesco a riempirlo d’acqua pulita da rovesciarla in testa alla mia compagna.
- Stai attenta a bagnarmi i capelli il meno possibile che altrimenti poi il prof ci mette una nota se entriamo così in classe. – mi ricorda la mia compagna.
- Beh, la nota la mette a te, perché io non ho i capelli totalmente bagnati!
- La mette anche a te se gli dico che ti sei messa a giocare in bagno con l’acqua. – mi fa notare. Ero fregata.
- Vabbè stai zitta che è un miracolo che non ci abbiano ancora sgamate. Dai, metti la testa nel lavandino. – la incito.
Mi tremano le mani, un po’ per il peso del contenitore e un po’ perché le lingue di fuoco sono a pochi centimetri da me, pronte ad assalirmi. Devo sbrigarmi, o qui ne usciamo tutte e due con una espulsione a vita dalla scuola. Inizio a versare l’acqua sulle fiamme, con una precisione che non mi si addice. Prima verso solo un rivoletto d’acqua, poi un po’ di più man mano che comincio a fidarmi. Si sta spegnendo, i suoi capelli si stanno spegnendo! Continuo a versare fino a quando non c’è più acqua nel contenitore, ma ora anche il fuoco non c’è più. Sono riuscita a sconfiggerlo!
Corro ad aprire le finestre in fondo all’aula con la speranza che un po’ del tanfo di bruciato se ne esca e, dopo aver preso la felpa carbonizzata, esco dal laboratorio con la mia compagna. L’insegnante di laboratorio è a pochi metri da noi, a parlare con i tecnici. Dobbiamo andare nei bagni vicino al laboratorio di scienze per non passargli davanti, così ci avviamo. Ogni persona alla quale passiamo vicino ci guarda malissimo, di certo per gli spiacevoli odori emanati dai capelli bruciati. Perché guardandola non si nota nulla di strano, solo esaminando molto attentamente si vede che la sua chioma è rovinata.
L’accompagno in bagno perché si controlli e le dico di rimanere lì per almeno cinque minuti dopo il suono della campana e di passarsi un po’ di sapone sui capelli per nascondere la puzza. Almeno non protesta, così me ne vado e torno verso il laboratorio, quando suona la campanella.
Il professore non si accorge di nulla per grazia di Dio e passo l’ora a bighellonare con la mia compagna. Per fortuna i capelli non sono poi così danneggiati, basta una visita al parrucchiere! Certo non si può dire altrettanto della sua giacca.
Ecco l’attesissimo suono della campanella che ci dice che possiamo andare a casa. Certo, questo episodio non ce lo dimenticheremo tanto facilmente, ma almeno ho capito che ogni tanto i professori ne dicono qualcuna di giusta: non lasciare mai un bunsen acceso dopo aver finito l’esperimento!


Federica Magnabosco, Matteo Zoppello, Diego Lombarda.

martedì 24 novembre 2009

SFORNATO ANCHE IL QUINTO!


Toro non ancora scatenato




Con una tastiera ancora fumante dalla foga con cui abbiamo
scritto queste righe intense, vi presentiamo il
quinto capitolo del nostro racconto.



Buona lettura!



Gli scrittori_improvvisati




Capitolo Cinque

- Mi sei mancata amore – fu il saluto del ragazzo di Arianna alla giovane.
Era un uomo, aveva almeno dieci anni più di lei. Indossava un chiodo, il giubbotto nero in pelle che usualmente indossano i metallari, che faceva risaltare la sua imponenza e i suoi muscoli. E puzzava. Puzzava di un misto fra alcol, fumo e sudore.
“Già, ad Arianna sono sempre piaciuti i duri” fu l’unico pensiero di Marco.
L’uomo non si preoccupò minimamente del ragazzo e continuò a coccolare la sua ragazza.
- Amore, lui è un mio amico, si chiama Marco. – lo presentò Arianna dopo alcuni interminabili minuti – Marco, questo è il mio ragazzo Cesare.
Cesare squadrò Marco dalla testa ai piedi: aveva una scarpa e parte dei jeans totalmente fradici, sapeva di benzina (ma non sentiva il puzzo di sudore del ragazzo perché era ormai abituato al proprio) e aveva pure la cerniera dei pantaloni aperta. L’unico pensiero fu: “Ma da dov’è saltato fuori questo?”.
- Ehm, piacere – provò a presentarsi Marco porgendo la mano in segno di saluto.
- Sì, come ti pare – lo fulminò il metallaro, continuando ad ignorarlo e concentrando tutta la sua attenzione sulla ragazza.
- Dai, non essere scortese tesoro. Salutalo almeno! – disse Arianna tentando di aiutare l’amico.
- Come posso badare a lui quando ho di fianco a me un angelo?
A questo punto, anche Arianna perse tutto l’interesse per Marco e si dedicò solo a Cesare.
“Lecchino bastardo” pensò Marco, trafiggendolo con un'occhiataccia. Per sfortuna del povero ragazzo, l’omone se ne accorse.
- Questo stronzo ha il coraggio di guardarmi storto? Ora te lo storco io a dovere il muso! – ululò Cesare.
- No, ma che dici! Io non ho fatto proprio niente! – tentò di difendersi Marco.
- Dai amore, Marco non ti ha guardato male, sarà stato uno strano gioco di luci. – andò in suo aiuto Arianna.
La pena che provava la ragazza continuava a crescere. “Ma cosa va a mettersi nei pasticci con uno come Cesare che lo stende solo guardandolo. Ma che stupido!” pensava “ Speriamo che Cesare lo lasci perdere. Poveretto!”.
- Ma che luci! Qua sta solo piovendo e con questi finestrini appannati non riuscirebbe ad entrare neanche un solo raggio di sole, se anche ci fosse. – continuò Cesare.
- No, fidati, non ti ho guardato male. Non mi permetterei mai! – si difese disperatamente Marco.
- Che vigliacco! Non ce le hai proprio le palle! Ti lascio perdere solo perché non ci sarebbe neanche gusto a darti una lezione.
- Ben detto! – esclamò Marco con molta, molta enfasi.
Marco non si rese affatto conto del fatto che le sue parole erano sembrate una vera e propria presa per i fondelli.
- Ma allora te le cerchi piccoletto – disse Cesare alzandosi per dirigersi verso Marco.
- Fermata di Cormano-Brusuglio! – annunciò l’altoparlante, salvando il giovane in corner.
Per Marco fu un sollievo. Si fiondò verso l’uscita del vagone, nella speranza che le porte fossero già aperte. La fermata annunciata, era quella che precedeva la sua, quella di Cusano, ma doveva salvarsi in qualche modo dal ragazzo di Arianna. Sentiva come il fiato di un toro alle sue spalle: ancora pochi centimetri e sarebbe stato incornato.
Il treno era ancora lievemente in movimento e per questo motivo le uscite erano bloccate. Dovette quindi fare uno sforzo: attraversò qualche carrozza seguito dal bestione che lo rincorreva con il chiaro intento di fargli del male, mentre in sottofondo si sentiva vagamente l’azzurra voce di Arianna che pregava il proprio ragazzo di “lasciar perdere quel povero sfigato”.
Marco, sconvolto dalle parole della giovane bloccò all’istante la sua fuga. Ebbe appena il tempo di girarsi verso Arianna, che un gancio di Cesare lo colpì in pieno stomaco, stordendolo e facendolo crollare a terra.
- Ma sei scemo! Lo uccidi uno se gli tiri dei cazzotti del genere! – gli urlò contro la sua ragazza.
- Modera il linguaggio bambina, devo ancora iniziare con lui. – muggì l’uomo.
- Signore, ma che maniere sono! – lo rimproverò una vecchina, l’unica passeggera presente su quel vagone – Non tratti così questi due poveri giovincelli, non possono averle fatto nulla di così grave da scatenare una reazione tanto esagerata.
- Nonna, stia zitta se non vuole che poi me la veda anche con lei – sbraitò Cesare assestando un piccolo calcio con i suoi grandi anfibi sul volto gemente di Marco, quasi fosse un semplice tic.
- Ma come si permette, chi le ha insegnato l’educazione? Cosa le da il permesso di compiere simili barbarie? Signor controllore, signor controllore! – iniziò a urlare la signora in cerca di un aiuto.
Subito uscì dal bagno il controllore che prima aveva interrogato Arianna e Marco.
- Ancora lei signorina! Cos’ha combinato ora?
- Oh, caro signore, quella povera ragazza non ha fatto nulla. Questo bruto imbufalito, invece, ha aggredito senza alcun motivo un povero giovane – iniziò a raccontare la vecchina indicando il punto in cui prima era disteso inerme Marco.
Ma ora non c’era più nessuno.
Approfittando del caos scatenato dalla signora, che aveva distratto quell’ammasso di muscoli che era Cesare, Marco si era trascinato fino alla porta ed era riuscito a scendere dal treno sulle sue gambe poco prima della chiusura delle porte.
Osservò il treno partire e vide lo sguardo vendicativo dell’attaccabrighe che al di là del finestrino lo minacciava. Non ebbe però il coraggio di scrutare negli occhi di Arianna.
“Ma sono proprio tutti scemi oggi” pensò e si avviò stringendosi forte lo stomaco verso l’uscita della stazione. Aveva tanta strada da fare e poco tempo a disposizione per percorrerla.

giovedì 19 novembre 2009

Capitolo QUATTRO

Controllore molto buono e simpatico, al contrario di quello cattivo
che incontreremo in questo capitolo.
Buona lettura!
Gli scrittori_improvvisati


Capitolo Quattro

Stava iniziando a piovere violentemente e Marco correva per la strada che costeggia il Castello Sforzesco da un lato e Parco Sempione dall’altro alla sua massima velocità.
Sembrava quasi che tentasse di evitare le gocce di pioggia per non bagnarsi. Era quasi arrivato alla Stazione della ferrovia, quella più vicina al parco, quando il piede s’immerse in una profonda pozzanghera che lo bagnò fin sopra la caviglia.
“Oggi me le becco proprio tutte le sfighe!” pensò.
Presto riuscì a salvarsi dal tremendo temporale all’interno della stazione. Doveva prendere un treno che lo conducesse verso la periferia nord di Milano, perché doveva scendere alla stazione di Cusano Milanino per arrivare in trattoria.
- Treno in arrivo alle otto e cinquantatrè al binario quattro, destinazione Camnago-Lentate – proferì una voce femminile proveniente dall’altoparlante.
- Otto e cinquantatrè? – pensò ad alta voce il ragazzo, speranzoso – Cavolo, forse riesco veramente ad arrivare in tempo al colloquio!
Sfortunatamente Marco non considerò il fatto che il treno per Camnago era quello che lui avrebbe dovuto prendere per andare alla trattoria. Senza farsi troppi problemi, dunque, si avviò verso il bagno pubblico, perché gli scappava da morire. Mentre stava facendo pipì e rifletteva sul tragitto da percorrere, ripensò all’annuncio dei treni in partenza.
- Cazzo! – fu la parola che ogni persona nel raggio di un chilometro dal bagno udì.
Si tirò su i jeans in un batter d’occhio e si precipitò fuori dal gabinetto di corsa, senza nemmeno lavarsi le mani.
- E dove cazzo è il binario quattro? – si domandò in preda al panico.
Presto in suo aiuto vennero dei cartelli con le indicazioni da seguire. Durante la sua corsa sfrenata intravide un orologio digitale che recitava l’orario 08:54. Il treno era quasi certamente perso, ma Marco continuò a correre nella folle speranza di salire a bordo.
Riuscì a raggiungere il tanto agognato binario con il convoglio ancora fermo, ma le porte si stavano chiudendo. Entrò all’interno per il rotto della cuffia, tanto che parte della tracolla rimase incastrata fra le porte. Dopo averla tirata un po’, riuscì a liberarla.
Un pensiero balenò nella sua mente: “Il biglietto!”.
Marco era una persona molto corretta e pagava sempre il biglietto, come controllava sempre il resto e denunciava all’insegnante le trasgressioni dei compagni di classe. Era una sensazione strana questo nuovo viaggio clandestino e si sentiva abbastanza a disagio. Avanzò verso una carrozza cercando un controllore al quale potesse confessare la propria mancanza e che gli offrisse un rimedio.
Sulla seconda carrozza incontrò Arianna, la sua ex ragazza della quale era ancora innamorato.
- Marco! – lo salutò la ragazza – che bello vederti. Dopo che ci siamo…ehm…dopo che ci siamo lasciati non ti sei più fatto vivo. Ma come stai?
Gli occhi verdi e i lunghi capelli di Arianna provocarono in Marco un blocco, tanto che non fu in grado di formulare alcuna risposta. Era una ragazza di modesta bellezza, che difficilmente sarebbe potuta stare con un tipo come Marco. Eppure la pena che provava nei suoi confronti l’aveva spinta a frequentarlo. Si rese conto presto, però, che erano troppo diversi l’uno dall’altro e la storia finì nel giro di poco tempo, con grande sofferenza del ragazzo.
- Io… – iniziò il giovane – Io sto bene. E tu Arianna, come stai? Mi sei mancata.
- Oh, che caro! Anche tu mi sei mancato. – mentì.
E iniziarono una conversazione durante la quale Marco sparò un sacco di balle nel tentativo di farsi più bello ai suoi occhi.
- Eh sì, - diceva – la settimana scorsa tipo, ho pestato uno che voleva rubarmi la Vespa.
“Quella su cui andavamo sempre io e te” pensò. Ma non lo disse, perché doveva fare il duro. Sapeva che a lei erano sempre piaciuti.
- E gli ho fatto saltare un dente. Perché, quando mi incazzo, non mi ferma nessuno.
- Poveretto, gli devi aver fatto tanto male! – gli diede corda la ragazza, nonostante sapesse benissimo che il fatto era inimmaginabile, oltre che impossibile.
- È stato due o tre giorni in ospedale. – continuò imperterrito a raccontare.
Dopo una decina di minuti abbondanti durante i quali Marco continuò ad inventarsi storie di tutti i colori, un controllore entrò nel vagone e raggiunse i due giovani.
- Favorisca i biglietti, prego – comunicò l’omaccione.
“Oh no! E adesso che faccio?” si domandò il ragazzo.
Dopo che Arianna esibì il biglietto, l’uomo si girò verso Marco con fare minaccioso.
- E lei, giovanotto?
- Ehm, signore, le chiedo scusa ma – iniziò a balbettare – non sono riuscito ad acquistarlo. Perché…si ecco, il treno stava partendo e vede non potevo perderlo. Sono anche andato in cerca di qualcuno a cui domandare come potessi rimediare a questo mio errore. Ma non so per quale motivo non l’ho trovata. E …
- Una multa allora se la merita tutta – lo bloccò il controllore.
Marco stava iniziando a sudare freddo e gli occhi gli si inumidirono.
- La prego, se me lo permette pago a lei il tratto che devo percorrere …
- Sta tentando di corrompermi? – si infuriò il controllore, profondamente contrario a questo tipo di sotterfugi.
- No, non intendevo dire questo! – si difese sinceramente Marco, perché non era questo il suo intento – Se mi permette …
- Ecco il suo biglietto, lo stavo tenendo io – lo difese la ragazza.
Marco non aveva mai amato tanto Arianna come in quel momento.
- Signorina, per quale motivo mi ha fatto perdere tutto questo tempo se il biglietto l’aveva acquistato?
- Mi ero dimenticata di aver preso questo biglietto per il mio ragazzo.
Marco si sentì quasi svenire a quelle parole: Arianna aveva appena detto al controllore che loro due erano fidanzati. Questo poteva solo significare che era ancora interessata a lui.
Il povero ragazzo, però, non poteva sapere che quelle parole erano vere. Arianna si era procurata due biglietti: uno per sé e uno per il suo ragazzo, quello vero, che sarebbe salito alcune fermate dopo di lei.
- Per questa volta la scampate, ma non accada più che mi facciate questi giochetti. O la multa non ve la toglie nessuno!
- Ci scusi e la ringraziamo per la sua comprensione – lo salutò gentilmente Arianna.
Il controllore se ne andò avanti alla ricerca di qualche altra vittima.
- Arianna … - tentò di ringraziarla Marco.
“Forse anche lei è ancora innamorata di me.” pensò “Oh, quanto le sono grato di avermi salvato da quel controllore! Certo, se non le piacessi non mi avrebbe mica coperto come invece ha fatto!”. Di questo genere erano i suoi pensieri confusi.
- Oh figurati, nessun problema! – lo anticipò la ragazza – Guarda, ecco che arriva il vero proprietario del biglietto! Ciao amore.
Era appena entrato nel vagone l’effettivo ragazzo di Arianna, che la baciò. L’invidia si impossessò di Marco, ma non fece altro che reprimere la sua rabbia. Non sarebbe mai stato in grado di reagire, non era provvisto di tanto coraggio.